Trilogia “C’era una volta in America”

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“La nave è fulmine, torpedine, miccia,

scintillante bellezza fosforo e fantasia

Molecole d’acciaio pistone, rabbia,

guerra lampo e poesia”

     I muscoli del capitano “Francesco de Gregori”

Lui & Lei

(C’era una volta in America)

  “La macchina è motore, accelerazione, lampo, perdurante ebbrezza, benzina e mezzeria   Polvere sospesa, chilometri, asfalto, infinita strada e poesia.”

La Ford V8 de Luxe ricordava uno di quei corvi neri che sorvolano i campi di battaglia prima che la carneficina si compia. Quando la macchina appariva alcuni si facevano il segno della croce pensando a quello che sarebbe successo da lì a poco. I più però scappavano a gambe levate alla vista del levriero d’argento che si stagliava imperiale sulla punta del suo cofano.

Lui era innamorato di quella macchina, forse più che di lei, che adesso soffriva di lancinanti dolori alla gamba per quello stupido incidente al ponte crollato, maledetta segnaletica messa dove non la vedi mai.

Lei che tutti credevano spietata, sigaro in bocca e mitra impugnato a due mani, ma era solo una foto, così tanto per allentare la tensione.

Lui invece la tensione la scaricava con le pallottole, su impiegati di banca, commessi e rappresentanti della legge.

Lui che per quella macchina meravigliosa aveva persino scritto a Henry Ford una lettera che Lei aveva messo su carta, praticamente Lui l’aveva dettata e Lei scritta, dato che in grammatica lui non se la cavava così bene come con le pistole mentre lei quella poca scuola che aveva frequentato a qualcosa le era servita.

“Caro signore, mentre ho ancora il fiato nei polmoni ti dirò che fai delle macchine davvero super. Ho guidato esclusivamente Ford per farla sempre franca. Ottime per la velocità sostenuta e la possibilità di stare fuori dai guai. : la Ford ha scorticato le altre auto e anche se la mia attività non è stata strettamente legale mi fa piacere dirti che le V8 che stai mettendo in strada sono delle grandi auto.”               

Cordialmente                     

 C.C.B.

La macchina ricordava un urlo prolungato, folgore lanciata a folle velocità verso il futuro. Ma chi erano quei due che avevano messo a ferro e fuoco ben cinque stati del Midwest?  La coppia si era specializzata in rapine ai distributori di benzina e a piccole banche, sempre vicino al confine perché la polizia non poteva inseguirli fuori giurisdizione. La gente si domandava se fossero delinquenti o eroi, avanzi di galera o una sorta di vendicatori di tutte le ingiustizie sbocciate con la grande crisi.   

“L’amore è sofferenza, tenerezza, pianto, vivere assieme, sguardi e gelosia  Prati fioriti, primavera, colori, lui & lei e poesia.”  

La Ford V8 risaliva una stradina di campagna costeggiata da alberi che il maggio aveva rivestito di un verde scintillante. La giornata era bellissima, una di quelle dove la vita sfrecciava a pieni giri. Erano le 9.15 del 23 maggio 1934, parrocchia di Bienville, Louisiana.

“La vita è violenza, omicidi, rapine, armi automatiche, incubi e pazzia  Esistenza distrutta, sigari, revolver, mito immortale e poesia.”

Clide Champion Barrow e Bonnie Elizabeth Parker morirono all’interno della Ford V8 de Luxe crivellata da più di 130 colpi sparati da una squadra di agenti del Texas e della Louisiana. Ancora tanti anni dopo, quando un modello simile percorreva quelle strade, in tanti giuravano che alla guida c’era lui, spavaldo come sempre mentre al suo fianco lei accarezzava il mitra con un sigaro tra le labbra, giovani e belli come tutti coloro che sanno che non moriranno mai. 

AMAPOLA – A volte ritornano

(C’era una volta in America)

    Sei nata nello stesso anno di Josè de Sousa Saramago e mai nella tua vita avresti potuto sospettare di una coincidenza simile se non che la tua danza somigliasse così tanto ad un testo senza punteggiatura in un flusso ininterrotto di energia che dai lunghi capelli biondi attraversa tutto il corpo per arrivare alla punta dei piedi che sovente diventavano l’appoggio per osservare nello specchio un attimo eterno di sospensione seguito da un pliè abbinato ad una rotazione del busto con in sottofondo la musica che termina e riparte come i tuoi sogni che alla fine della giornata sembravano accasciarsi esausti al suolo per risollevarsi al mattino successivo in mille rondini vivaci e guizzanti che colorano il cielo della Louisiana di piccole ondeggianti macchie nere.

Che buffo essere la cugina di secondo grado di Bonnie Elisabeth Parker che aveva terrorizzato assieme a Clide Champion Barrow gran parte del Midwest con la beffa atroce di uno zio per giunta sceriffo che da lì a poco in una sera d’autunno completamente ubriaco ti dice al tavolo balla balla mia meravigliosa nipotina vediamo se qualche seme di questa famiglia attecchisce in questa terra maledetta e all’improvviso il dolore si materializza nel colpo partito accidentalmente dalla pistola che uccide all’istante i tuoi sogni e muori con loro nel dolore di un piede troncato di netto dove appoggiavi tutte le tue speranze.

E la vita che bestia strana quando ti fidanzi con il cugino di secondo grado di quello che era stato l’amore di Bonnie e risponde al nome di Jerry Champion Barrow e dopo abissi di disperazione vedi una luce che all’improvviso credi sia qualcosa di simile al destino a cui nessuno può sfuggire e la vendetta arriva quando assieme uccidete lo zio ubriacone in una finta rapina di demoni tornati a saldare un vecchio conto neanche tanto tempo dopo che erano stati massacrati a rimarcare il fatto che l’erba pazza non muore mai e questa nuova vita è un rimborso che stacchi per ciò che ti è stato tolto.

Avresti potuto essere un uccello del paradiso in un giugno afoso di acque limacciose e di padule del profondo sud e invece ti tocca essere un giovane bruco che striscia senza averlo potuto scegliere sapendo soltanto di essere stata in uno spiraglio di vita passata Amapola mentre adesso volteggi negli atri delle banche e negli store di paese a ripercorrere orme che tutti pensavano cancellate dalla sabbia del vento del deserto e invece sembra che il tempo sia tornato indietro e Jerri lo spietato e Bonnie la zoppa adesso vogliano cavalcare la leggenda.

In questa vita nuova sono presenti tre delle cinque persone che uccisero la tua biscugina in una sorta di infernale lotteria la squadra è di nuovo assieme per cacciarti come una bestia e basta un semplice agguato perché Jerri lo spietato cada fulminato quando entrate in un bazar con il volto coperto da un fazzoletto mentre con due colpi precisi recidi altrettante vite di assassini con il distintivo prima che il terzo ti fulmini con un colpo ravvicinato facendo ruotare il busto mentre uno specchio polveroso immortala in un attimo fuggente l’immagine del tuo ultimo pliè. 

Lassù qualcuno ti ama – Epilogo

(C’era una volta in America)

     Clide l’aveva scaricato all’angolo della King con la Main, con un ordine perentorio.

” Comprami un pacchetto di Luckies!”

Quando Mike era tornato con le sigarette mancavano una manciata di minuti alle nove del mattino. Era il 23 maggio 1934 a Bienville, e la Ford V8 de Luxe era scomparsa. Non sarebbe passata nemmeno una mezz’ora che anche le vite di Clide Champion Barrow e Bonnie Elisabeth Parker sarebbero scomparse per sempre. Mike non sapeva far nulla nella vita e non aveva altro desiderio che quello di entrare nella banda Barrow. Adorava Clide, sarebbe morto per lui. Ma lasciarlo lì come un fesso…  Si mise a tirar pugni contro uno steccato di legno. Quando la mano destra iniziò a sanguinare continuò a combattere contro il vento, schivandolo e colpendolo di rientro. Stray Nicholson stava passando. Si fermò qualche minuto ad osservarlo. Ne aveva visti tanti di ragazzi che promettevano bene. Ma uno così, che sembrava danzasse sulle punte e attaccava con la potenza di un motore da mille cavalli non l’aveva mai incontrato. Convincerlo a seguirlo nella sua palestra non fu difficile. Mike pensò che in quel momento sfogare la frustrazione su un sacco sarebbe stata la cosa migliore.

Il 23 maggio dell’anno successivo i tre superstiti della squadra di Bienville si ritrovarono per festeggiare l’anniversario. Avrebbero dovuto essere cinque, ma Jerry e Milton non c’erano più, uccisi per mano di una pazza zoppa che sognava di diventare ballerina.

“Cosa volete farci così va la vita. Oggi ci siamo e domani no” disse Nicholas, il più anziano dei tre, che mangiò e bevve così tanto che quando si alzò da tavola fece un solo passo prima di cadere stecchito a terra.

Due giorni dopo, al termine del funerale, Antony e Malcom decisero di passare dalla palestra di Bienville.

La giornata era particolarmente calda, una di quelle dove luglio ti guarda in faccia senza ritegno, le percezioni si allentano e sembra di galleggiare in un mare di niente.

“Benvenuti ragazzi! Volete scaldare i guantoni?” disse Stray.

“Non avresti un puledrino giovane da tosare” chiese Antony.

“Oggi è un giorno triste e vogliamo tirarci su.”

“Ho qui qualcosa di veramente speciale. L’ho preso con me proprio un anno fa. E se devo essere sincero ha talento da vendere. Uno così potrebbe tranquillamente diventare campione del mondo.”
“Bum! Sparale più grosse” disse Malcom.

“Tranquillo… non te lo sciuperemo” rimarcò Antony

Stray sorrise, poi chiamò Mike Ardesi.

“Mike…Mike! Ci sono due tipi che vorrebbero darti una lezione.”

“Sono poliziotti, gente tosta. Erano nella squadra speciale, quella di Bonnie e Clyde.”

Mike adesso è una furia, una macchina di colpi lanciata a folle velocità contro l’avversario che martella con una serie infinita di ganci, jab e uppercut, danzando elegantemente sulle gambe. Alla fine delle tre riprese pattuite sia Antony che Malcom giacciono al tappeto mentre Mike continua a sferrare pugni, probabilmente contro un refolo di vento entrato silenziosamente dalla porta socchiusa della palestra.

Antony Bardy morirà il giorno seguente a seguito di un’emorragia cerebrale, mentre per lo stesso motivo Malcon Smith se ne andrà tre giorni dopo.

Un giorno Mike Ardesi si batterà per il titolo mondiale dei pesi massimi.

Vincerà, non c’è dubbio.

Lassù qualcuno lo ama.

Caffè Ebbro su CLUBHOUSE

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Su Clubhouse ogni martedì alle 21.30 io (Steven Valaci) e Chiara Micheli (www.chiaramicheli.it) teniamo una stanza chiamata “Il caffè ebbro”, dove si discute di tutto, ma soprattutto di artisti, arte, progetti e sogni a questa legati.

Clubhouse è il nuovo social dove si parla anziché scrivere e postare. Si può scaricare sia su Android che su Iphone. È una specie di radio, che differisce dalle normali radio perché si fa tramite telefono. Si è subito dimostrata estremamente innovativa per la facilità di utilizzo e per l’interazione.

Se ci seguirete sarà un onore avervi ospiti nella nostra stanza, in un bellissimo viaggio che arricchirà noi e voi.

Datemi un porto e salperò per il mondo

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Non si possono chiudere i porti.

Non si possono fermare le persone.

Non si possono costruire muri e barriere per lasciare gli altri fuori.

Si è parlato tanto a suo tempo della chiusura dei porti, quelli veri, a riguardo delle persone, alla loro libera circolazione.

C’è qualcosa che non mi torna, adesso che altri tipi di porti sono chiusi e non ci si rende conto di quanto sia dolorosa questa chiusura.

Non si può chiudere l’immaginazione.

Non si possono fermare le idee.

Non si possono costruire muri e barriere nella nostra mente per lasciare fuori tutto quello che non conosciamo.

Di tutte le chiusure adottate in questo strambo periodo una delle più dolorose è quella delle biblioteche. La biblioteca è un porto dove attraccano e ripartono idee, progetti e sogni. Certe volte si entra dentro una biblioteca e si parte per un viaggio, scoprendo tesori che nemmeno immaginavamo esistessero.

Non possiamo leggere tutti i libri come vorremmo perché è impossibile. La biblioteca però ci aiuta, offrendocene una’enorme varietà. E sono le dimensioni dei volumi, i resoconti delle quarte di copertina, le copertine stesse, le biografie, i commenti che spesso ci inducono a scegliere un libro anziché un altro.

Entrando dentro una biblioteca si parte per un viaggio.

Al termine, la nostra vita non sarà più la stessa, in attesa di salpare ancora.

Parlando di Federigo Tozzi

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Sarà stata la serata estiva, un settembre da sogno che speri non finisca mai…

Sarà stato il “dopo” Covid, la voglia di ritrovarsi nuovamente assieme…

Sarà stato il richiamo dell’attore di successo, qui in veste di lettore…

Fatto sta che martedì 15 settembre 2020 a Siena nella Nobile contrada del Bruco c’erano tantissime persone ad ascoltare Luigi Oliveto che ha parlato di Federigo Tozzi, con la passione che lo contraddistingue, riuscendo con la sua magica affabulazione a nascondere il tempo che passa, cosicché nessuno dei presenti alla fine ha creduto possibile che proprio in questo sciagurato 2020 cadesse il centenario della sua prematura scomparsa.

A fare da cornice alla narrazione di Luigi Oliveto un Alessandro Benvenuti di mestiere dava risalto ad alcune pagine della produzione letteraria tozziana leggendole con il tono ironico che lo contraddistingue, equilibrando una scrittura nervosa fatta di scatti, pendii e scese, accompagnato dal suono intrigante di un contrabbasso e dalle immagini eseguite in diretta su una lavagna luminosa da un disegnatore di grafich novel.

Novel… qui in assonanza di Novelle, come quelle del Tozzi, così diverse dai racconti, perché le novelle hanno il tipico odore del contado, di storie prese dalla terra e Tozzi era contadino vero, nel fisico e nella determinazione di leggere di tutto e di più con la fame atavica di chi vuole saziarsi di conoscenze per riportarle in una prosa autobiografica come poche, scavando un solco con la scrittura realista della seconda metà dell’ottocento. Tozzi sembra disinteressarsi delle trame dei suoi romanzi per concentrarsi sui personaggi, scavando nelle loro vite, su una società che pian piano si va disgregando nell’ approssimarsi alla Grande guerra.

Quando l’enorme carneficina sarà terminata niente sarà più come prima, esattamente come dopo questa pandemia di Covid. E dell’epidemia di Spagnola, Covid dell’epoca, cent’anni fa moriva Federigo Tozzi a soli trentasette anni, troppo presto per non lasciare un immenso rimpianto per ciò che ci avrebbe potuto regalare nella sua migliore età, quella in cui non è più possibile vivere con gli occhi chiusi.

Il terrore ai tempi della paura

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Sono passati diciotto mesi dalla prima volta che misi piede al Centro. Quel posto mi piacque subito, ed anche l’uomo che lo dirigeva, un signore attempato che tutti chiamavano il Vecchio.

Al Centro passavo interi pomeriggi. Il Vecchio aveva una voce di miele quando parlava di un paradiso pieno di frutti dorati e vergini pronte a donarsi con tutta la passione che ardeva loro dentro.

All’inizio feci finta di non essere del tutto rifinita. Cosa me ne fregava di ragazze desiderose di amplessi, di notti spese in un harem pieno di fanciulle illibate? Casomai mi interessavano muscoli e addominali scolpiti nei corpi di adolescenti vogliosi d’amore. Ma il Vecchio continuava a parlare, ed io ascoltavo le sue parole cristalline prive dell’imperfezione del dubbio.

Non so quando successe. Mancavano poche settimane al Natale e già le luminarie erano accese. Mi ha sempre dato noia l’atmosfera di finta festa di quei giorni. Sicuramente è stato in quel periodo che le sue parole hanno cominciato a fare breccia dentro di me, le stesse parole che mi risuonano in testa adesso mentre mi sistemo la cintura sotto un largo maglione grigio di lana. È strano come la paura si possa trasformare in una dolce sensazione.

È ora di andare. Bar Fiumino, movida degli aperitivi. Quanto darei per poter essere viva quando lo scoppio farà schizzare tartine e bicchieri. Mi sono sempre chiesta se la vittime percepiscano il momento della fine.

Arrivo alla strada fiume. Entro nel grande parcheggio.

Vuoto! Com’è possibile? È passata la moda dell’happy hour? Sul vetro della porta un cartello recita “Chiuso per Covid 19.”

Cosa vuol dire? Sono stata due mesi isolata per preparare questo attentato. E ora che faccio?

Riparto in macchina verso la città. Alla rotonda di Viale Mazzini una pattuglia di vigili urbani mi fa cenno con la paletta di fermarmi. Potrei farmi esplodere assieme a loro, ma sai che risate domani leggendo i giornali.

Automobilista salta in aria assieme a due guardie comunali. Rabbia per una muta ingiusta? Un ricorso finito in prescrizione?

No, meglio di no. Forzo il posto di blocco e via, a tutto gas.

Per le strade deserte mi viene in mente che oggi è sabato, giorno di teatro. Un botto nel foyer sarebbe sublime.

Attraverso Piazza del Campo. Entro correndo nel chiostro del palazzo comunale. La porta del teatro è chiusa. Lo spettacolo è rimandato a data imprecisata.

Basta, non ce la faccio più. Accendo il  cellulare per vedere se ci capisco qualcosa. Dopo tanti giorni una marea di messaggi e notifiche mi sommergono, e tutti parlano di questo virus. “ Il Coronavirus… la nuova peste…! Cos’è successo? Ma in che mondo viviamo? Potrei farla finita adesso! Ma t’immagini domani.

Si toglie la vita facendosi esplodere sulle scale del teatro dei Rinnovati. In cartello “La brava terrorista” tratto da un romanzo  di Doris Lessing. Lo spettacolo annullato causa Coronavirus.

Uscire così teatralmente di scena sarebbe il massimo dell’ironia. Non lo sopporterei nemmeno da morta.

E questo cazzo di cintura esplosiva mi da un prurito da morire. Basta! La lascio in fondo alle scale, tanto non c’è pericolo che qualcuno stasera venga. Torno a casa con la testa in fiamme. Sicuramente ho la febbre alta. E poi questa tosse che da qualche giorno non mi da tregua. Se mi ammalo sono fregata. Non c’è un medico in giro a pagarlo oro.

PARASITE

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C’è tutto in un film come Parasite. Storia originale, avventura, cambi di direzione repentini. Siamo in Corea del Sud, dove la povertà è uguale ad ogni parte del mondo. Ma la fame crea ingegno mentre le pance piene al contrario non sono amiche della creatività. Una famiglia dei bassi di Seul sfrutta un’opportunità che la vita le offre. Si viene a creare una situazione paradossale dove tutto funziona a meraviglia. Ed è bello vedere i quattro componenti di quest’allegra brigata che si ingegnano come meglio non potrebbero per insediarsi all’interno di una ricca famiglia dei quartieri alti della città, con una maestria da far invidia ai veri e propri professionisti dei mestieri che vanno a recitare. E poi la guerra infinita tra poveri, spietata come nessun altra guerra, perché quando sei povero e vedi la luce non vuoi tornare per nessuna ragione nel mondo oscuro da dove sei venuto.

I protagonisti si portano dietro l’odore di povertà anche quando credono di aver “svoltato,” ma al naso raffinato dei ricchi non la si fa così come non si possono passare i limiti, né da una parte né da un’altra

La scena del compleanno del figlio è smaccatamente Tarantiniana nel suo eccesso. Poi il film chiude poeticamente, certificando la speranza come risorsa indispensabile per l’essere umano, anche quando si presenta come una dolce bugia.

È nata una stella, anzi due

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“Nati sotto contraria stella è lo spettacolo teatrale di Alex e Franz, dove i due affiatati attori si confrontano su un Romeo e Giulietta da massacrare, “perché”  aggiungono “noi le storie le massacriamo.”

Siamo nel metateatro. L’azione parte da una sgangherata compagnia che costruisce dal nulla la scena. Nessuna donna è presente – come dettava l’epoca – solo uomini maldestramente travestiti. Inizio nel nome del teatro dell’assurdo, pieno di nonsense, significati doppi, mimica, parole dissacranti. Pian piano si delinea la storia, unica come ogni storia d’amore. La recitazione si fa seria. In sala nessuno ride più. Compiuta la tragedia, nella magia del teatro i corpi si rialzano e aiutano gli altri membri della compagnia (bravissimi anche loro) a smontare le scena. Si torna alla vita, a quella vera, piena di nonsense, significati doppi, mimica, parole dissacranti e sgangherata pazzia.

Titolo Romanzo Lasciano solo tracce leggere

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Cinquantasei anni dopo ho l’onore, assieme a tredici amici scrittori oltre a Federico Romagnoli che ha coordinato il tutto, di essere uno dei quattordici autori del romanzo collettivo “Titolo romanzo lasciano solo tracce leggere”, ispirato alla Rayuela di Julio Cortazar.

Mercoledì 13 giugno – se avete voglia di qualcosa di originale nel campo della letteratura – l’occasione è propizia e si svolge nella sala storica della biblioteca Comunale di Siena, in via della Sapienza alle ore 17.30, dove Titolo Romanzo Lasciano solo tracce leggere verrà presentato.

Venite e non ve ne pentirete. Se fosse ancora tra noi Julio non se la sarebbe persa per niente al mondo.

 

Julio Cortázar, all’anagrafe Julio Florencio Cortázar Descotte (Ixelles26 agosto 1914 – Parigi12 febbraio 1984), è stato uno scrittorepoetacritico letterariosaggista e drammaturgo argentino naturalizzato francese, maestro del racconto, particolarmente attivo nei generi del fantastico, della metafisica, del mistero. Stimato da Borges, è stato spesso paragonato a Čechov e Edgar Allan Poe. I suoi racconti non seguono sempre una linearità temporale ed i personaggi esprimono una psicologia profonda.

Il gioco del mondo (titolo originale: Rayuela), pubblicato nel 1963, è il romanzo più famoso dello scrittore argentino Julio Cortázar. Considerato uno dei romanzi più influenti della letteratura latinoamericana contemporanea, l’opera, redatta attraverso un estensivo utilizzo del flusso di coscienza, si segnala per una particolare e sperimentale struttura narrativa, che consente al lettore di “navigare” l’intera vicenda ivi illustrata attraverso la variegata componibilità di svariati e distinti punti di vista e vere e proprie linee narrative parallele, grazie alla peculiare possibilità di assemblare secondo varie modalità l’ordine dei labirintici capitoli del libro, con il chiaro intento, da parte dell’autore, di rompere con quel senso di predeterminazione tipico dei romanzi “tradizionali”.

Al tempo della sua pubblicazione, venne ampiamente considerato da parte di scrittori e letterati dell’epoca quale il corrispettivo per la letteratura latinoamericana di ciò che l’Ulisse di James Joyce fu per la letteratura europea del primo Novecento.  (by Wikipedia)

 

Quello che segue è un tentativo di ringraziarlo per gli spunti che ci ha dato.

 

A JULIO, CON STIMA E AFFETTO

 

Un desiderio, uno solo al posto dei canonici tre che la lampada magica offre a tutti quelli che vogliono cambiare vita. Essere a Parigi agli inizi degli anni 60 assieme ai miei amici scrittori, compagni di viaggio in questo “Titolo Romanzo, Lasciano solo tracce leggere”.

Arrivare al tavolino di un bistrot, guardare un uomo con una bella faccia d’attore, immerso in un mare di fogli che nascondono il tavolo, e altri in terra, e altri ancora tra le mani. Semplicemente star lì ad osservarlo, anche se certi personaggi si alterano subito se qualcuno cerca di entrare in contatto con loro mentre creano. Oppure parlarci e dirgli “ Ehi Julio sappiamo bene che sei “el mejor”, e fra cinquanta e rotti anni ti renderemo omaggio con un bel libro, utilizzando il tuo metodo, i tuoi accorgimenti, tutto quello che di bello hai creato. Noi non abbiamo il tuo talento – siamo in quattordici per fare il lavoro che fai da solo – ma questo non ci sminuisce, perché durante questo viaggio letterario si è rafforzata la nostra amicizia e soprattutto la voglia di scrivere, creando storie. Sappiamo che non è possibile ma saremmo entusiasti se tu potessi leggerlo, e magari strapparti un sorriso vedendo che il seme gettato è germogliato. Nei luoghi scelti noi siamo stati più umili, non mettendo sul piatto né Parigi né Buenos Aires. Noi abbiamo semplicemente utilizzato la nostra piccola città di Siena, che è un frammento di niente rispetto alle due metropoli citate ma per noi è infinitamente più grande di entrambe perché l’amiamo forse più di noi stessi, e dentro ai personaggi che animano il romanzo ci siamo noi, con i nostri sogni, le nostre speranze, gli amori, le illusioni e tutto quello che ci riserva la vita. La Rayuela, il gioco del mondo, è di tutti, soprattutto dei bambini e di chi si sente sempre bambino. Noi abbiamo cercato di ricreare un mondo che ci hai indicato. Grazie Julio, anzi quindici grazie – i nostri quattordici più Federico Romagnoli – che ci ha guidato e coordinato in maniera magistrale, facendoci amare qualcosa di non facile ma proprio per questo ancor più bello.

Hasta luego amigo, y suerte!

EUGENETICA IERI E OGGI

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“Oggi l’eugenetica non sarebbe concepibile così come è stata affrontata agli inizi del novecento, dove la saldatura alle ideologie dei totalitarismi ha fatto si che questa scienza – al tempo nuova – fosse la testa di ariete di una selezione della razza, con metodi e criteri debitamente calibrati da chi deteneva il potere. Oggi, e ripeto oggi, questa scienza può essere concepita solo e soltanto nell’applicazione della cura alle malattie genetiche, un metodo che permette di alzare ancor più la qualità della vita, senza porsi il problema di essere bianchi o neri, rossi o gialli, avere occhi marroni o azzurri.”
Con queste parole Mario Merlotti concluse il suo intervento al congresso di “Eugenetica ieri e oggi: due visioni contrastanti dello stesso problema.”
Mezz’ora dopo era seduto ad un tavolo assieme ai suoi vecchi colleghi di lavoro, per la cena conclusiva della tre giorni di studi.
Risate, pacche sulle spalle, e poi vassoi di gamberi, seppie, vongole, cozze e tutto quello che di meglio il mare può offrire assieme a un vino bianco fresco al punto giusto.
“Allora Mario, ma ci credi davvero in quelle cazzate che hai detto?” Continua a leggere

Vangelo secondo Lorenzo

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Scenografie semplici ma efficaci, che in un gioco di paratie creano simultaneamente unione e profondità tra differenti spazi. Si tratta della pièce teatrale che rappresenta la vita di Don Lorenzo Milani, dal titolo Vangelo secondo Lorenzo. La dialettica accelerata del protagonista rende bene l’idea della vulcanicità del personaggio, che confinato a Barbiana dai vertici della chiesa sfrutta il “confino” per dare vita ad una forma di scuola nuova, egualitaria, gestita assieme agli studenti.

Il messaggio evangelico è attualissimo, e tocca i cuori di tutti, come sempre succede quando il prete si fa uomo sporcandosi le mani in mezzo ai suoi fratelli, condividendone i dolori. Continua a leggere

Il signore degli orfani

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Ci sono delle nazioni che stanno sopite per anni e poi balzano all’improvviso alla ribalta delle cronache. Ora è il turno della Corea del nord, un regime dittatoriale orchestrato da Kim il Sung che minaccia il mondo con il lancio di missili a lunga gittata.

Un aiuto a capire questo paese misterioso e complicato lo può dare il bellissimo romanzo di Adam Johnson “Il signore degli orfani”, premio Pulitzer di qualche anno fa che tratta la storia di un orfano Nord Coreano al servizio del governo del suo paese.  E nell’avventuroso sviluppo della vita di quest’uomo l’autore ci da un quadro della nazione come meglio non potrebbero fare decine di saggi. Johnson ci racconta Continua a leggere

Dalla Transiberiana al PhD. Il viaggio nel viaggio di Giulia Valacchi

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L’idea che fosse qualcosa più di una immensa massa d’acqua le è venuta quando è stata un anno a Lisbona.  E’ lì che ha capito che L’Oceano non è soltanto mare, ma un concetto di infinito, di infinite possibilità che possono aprire la mente frantumando le barriere, facendoci capire che il destino è sempre nelle nostre mani, che siamo capitani del vascello che ci porta lungo le rotte che scegliamo.

Il futuro difficilmente ci viene incontro, dobbiamo sempre andare a prenderlo, e allora si parte pieni di ambizioni, le scelte si fanno dolorose nel momento del distacco dagli affetti più cari.

Ed è un liceo scientifico superato a pieni voti, la Luiss a Roma impreziosita da un double degree al quarto anno in Lusitania che sa di fatica e che ricompensa l’impegno. E poi Ginevra, una scelta mirata valutando luogo, possibilità e occasioni, segno di una maturità acquisita.

E ancora in giro per mezzo mondo Continua a leggere

Un gatto (tran) siberiano

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E’ dai tempi di “Alice in Wonderland”, della “Fattoria degli animali” e del “Paese delle pazze risate” che non si sentiva un animale parlare.

Ma è mai possibile che i gatti possano parlare?

Certo! Mystral, o Mimino, o Mimo, il gatto di Giulia, l’ha fatto, in occasione del dottorato della sua padroncina, o mamma, come ama chiamarla.

 

Mystral –Resta ancora un po’, mamma!

Giulia – Devo andare, Mimi, oggi è una giornata importante per me.

M – Ma non è importante quando stai con me?

G – Certo piccolino mio, quando sono con te sono momenti bellissimi.

M – E com’è che sei andata via così spesso, lasciandomi sempre solo. Sei stata a Bergen, a Mosca, Francoforte, San Pietroburgo, a Istanbul, e in tanti altri luoghi lasciandomi solo. Continua a leggere

TRANSIBERIANA EXPRESS MOSCA – PECHINO BY GIULIA VALACCHI

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Venerdì 4 agosto 2017

Giorno 16 – Pechino, passo e chiudo! 

Riconosciamo di essere arrivate in Cina quando, per uscire dalla stazione, ci mettiamo 20 minuti imbottigliate in una calca umana. Vediamo più persone in questo frangente che in tutta la nostra visita in Mongolia. Veniamo subito colte da agorafobia!

Per stemperare gli effetti del sovrappopolamento, decidiamo di concederci un taxi per arrivare in hotel. In fondo siamo alla fine di questo viaggio da backpackers e un po’ ce lo meritiamo!  Continua a leggere

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Giovedì 3 agosto 2017

Giorno 15 – in treno verso Pechino 

L’ultimo tratto del nostro viaggio scorre più lento. Manca solo un giorno al nostro arrivo a Pechino, tappa finale del nostro glorioso viaggio.

Sarà che dopo 15 giorni ci sentiamo comunque arrivate al capolinea, sarà il pensiero che da lunedì tutta questa avventura meravigliosa sarà finita e riprenderemo il quotidiano tran tran, ma un po’ di tristezza vela la nostra risalita in treno.

Visto che questo biglietto ci é costato il doppio rispetto a tutti gli altri, ci aspettiamo lo sfarzo estremo: Continua a leggere

TRANSIBERIANA EXPRESS MOSCA – PECHINO BY GIULIA VALACCHI

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Mercoledì 2 agosto 2017

Giorno 14 – Ulanbaatar

È arrivato il tempo di dire addio alla sconfinata campagna mongola e tornare alla caotica Ulanbaatar. Siamo comunque preoccupate perché, non riuscendo a comunicare con l’autista non sappiamo cosa ci aspetta. L’unica parola che siamo riusciti a scambiarci è “asfalt” (di dubbia provenienza sia mongola che inglese). Ci indica un punto della cartina ad est del villaggio in cui siamo. Ne deduciamo che dobbiamo prima dirigerci là per ritrovare il compagno asfalto e poi puntare a nord verso UB con la complicità di una vera e propria strada. D’altronde oramai abbiamo una certezza: in Mongolia tutte le strade asfaltate portano ad UB.  Continua a leggere

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Martedì 1 agosto 2017

Giorno 13 – Ciao nomadi, ciao Gobi!! 

Nel primo pomeriggio lasciamo i nostri compagni di viaggio romani e veniamo abbandonate al nostro destino con l’autista che non parla inglese e non sa leggere il GPS. Viste le sue, ormai provate, scarse doti di orientamento, decidiamo di tenerlo d’occhio per assicurarci che almeno stia seguendo il navigatore, anche se non abbiamo la più pallida idea di quale sia la meta finale. A 5 minuti dall’arrivo iniziamo a scorgere un agglomerato urbano, praticamente una visione, dopo 3 giorni di totale isolamento. L’autista, nel suo scarsissimo inglese, pronuncia perfino la parola “hotel” che ci fa subito battere il cuore!  Continua a leggere

TRANSIBERIANA EXPRESS MOSCA – PECHINO BY GIULIA VALACCHI

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Lunedì 31 luglio 2017

Giorno 12 – il deserto del Gobi 

Ci dirigiamo verso le dune di sabbia del deserto del Gobi. Il viaggio dura tantissimo, perdiamo il conto delle ore, non ci viene concessa nessuna pausa pranzo, ma solo una pausa pipì in una radura talmente brulla e piatta che l’unico modo per non essere visti dagli altri è nascondersi tra le due ante aperte della jeep. In macchina tentiamo un pisolino, ma anche quello ci viene proibito dai continui scossoni. Arriviamo alle 15:30 al nuovo campo nomadi, pranzetto veloce a base di mais in scatola, poi ripartiamo per: Continua a leggere

TRANSIBERIANA EXPRESS MOSCA – PECHINO BY GIULIA VALACCHI

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Domenica 30 luglio 2017

Giorno 11: la Mongolia

Come prima destinazione della giornata un bellissimo tempio buddista in costruzione. Lo visitiamo, tutto va per il meglio.

Mentre stiamo per uscire un giovane monaco buddista in grado di parlare inglese ferma me e Ada e ci dice di consegnargli i nostri passaporti perché deve fotocopiarli in quanto siamo entrate in un luogo sacro senza autorizzazione e vuole segnalarci. Ci mettiamo qualche secondo a realizzare, vista la surrealità della scena… cerchiamo di dirgli che siamo turisti e siamo andati là con un tour organizzato. Ci giriamo, ma notiamo che tutti i nostri compagni di viaggio, autisti inclusi, se la sono svignata. Optiamo così per l’ammissione delle nostre colpe; ci scusiamo 10 volte con il monaco, palesemente arrabbiato, nella speranza che ci lasci andare dimenticando la storia del passaporto. Continua a leggere

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Sabato 29 luglio 2017

Giorno 10: la Mongolia

 

Sbarchiamo ad Ulanbaatar alle 5:45 del mattino. Sul binario veniamo presi d’assalto da mille agenzie turistiche che sperano di indurci a comprare i loro pacchetti viaggio. Ci sono tutti eccetto quella che abbiamo prenotato noi, che secondo previo accordo, doveva essere lì ad aspettarci. Dopo 10 minuti e 5 depliant – viaggi raccolti arriva trafelata la nostra signorina. Ci porta nel retro della stazione dove iniziamo dubbi traffici di soldi per regolare il costo del tour e scambiare monete locali. Il tutto rigorosamente in contanti.

È ancora molto presto, non potremo fare la spesa di provviste che ci dovrà durare per l’intero tour (5 giorni) fino alle 9:00. Continua a leggere